E’ ritrovare le stesse facce dell’anno scorso, chi più magro, chi coi capelli più lunghi, ma con lo stesso spirito di sempre.
E’ vedere dei generi di film unici e sempre meravigliosi.
E’ conoscere i registi, gli attori, gli sceneggiatori di queste meraviglie.
E’ assistere alla loro incredulità e commozione e ai loro mille inchini e ringraziamenti ad ogni applauso del pubblico, ad ogni richiesta di foto e autografo.
E’ capire che una commedia sudcoreana è profondamente diversa da una giapponese.
E’ fare un’ora di fila per precipitarsi a prendere i posti migliori, e ripromettersi ogni anno che “l’anno prossimo si fa il Black Dragon”
E’ conoscere i vicini di fila: signori panciuti napoletani vissuti in Giappone che ti danno lezioni di lingua, omini cileni in Italia “grazie alla borsa di studio Pinochet”, ex volontarie con cui si intavolano discussioni su manga e anime, attuali giovanissime volontarie che tengono a bada la mandria di persone che freme e sbuffa per entrare in sala.
E’ stare seduto per 6, 8 ore di fila, assistere ad una proiezione dopo l’altra, finchè non ci si rende più neanche conto se fuori è giorno o notte.
E’ incontrare in bagno il regista del film che hai appena visto che ti chiede se ti è piaciuto.
E’ saltare il pranzo, è cenare alle 22 perché ci sono dei film che non si possono assolutamente perdere.
E’ la paura di perdersi dei capolavori per vedere delle robe infinitamente noiose.
E’ l’aria condizionata letale del Teatro Nuovo sparata da sotto le poltrone direttamente sulle gambe, e l’ incredibile pulizia nei bagni.
E’ il film di mezzanotte e quello delle 9.15 del mattino, meno affollati ma non meno belli.
E’ la tipa della prosciutteria dietro al Teatro che ormai ti conosce e ti saluta con un “arrivederci all’ anno prossimo!”
E’ il fantasy cinese visivamente meraviglioso nonostante sviste quali l’ orso dalla mano prensile.
E’ l’ horror thailandese con Gesù nelle vesti di spacciatore, e la standing ovation del pubblico in sala al termine della proiezione.
E’ il “Sex and the city” giapponese, dove non si parla di sesso ma di madri single, di trentenni amanti dello stile bon ton da dodicenne, di donne manager alle prese con sottoposti maschilisti all’ ennesima potenza o colleghi bellissimi ma troppo giovani.
E’ il film di Hong Kong sulla crew di ragazzini che ballano hip hop, che sembra un qualsiasi film per adolescenti finchè uno dei ballerini protagonisti non si toglie la gamba finta e continua a ballare per dimostrare che si può tutto se si ha passione, e l’ attore presente in sala è DAVVERO senza una gamba.
E’ il western cinese, girato senza un minimo di conoscenza di montaggio e inquadrature, infinito.
E’ il manga sul samurai giapponese riportato fedelmente sul grande schermo con un attore dalla bellezza disarmante.
E’ la signora cinquantenne che ti è seduta accanto e si spancia dal ridere durante la commedia sudcoreana.
E’ l’ attrice nordcoreana che ringrazia in lacrime nel suo abito tradizionale, e che probabilmente passerà dei guai una volta tornata in patria.
E’ la bestemmia nei sottotitoli durante la traduzione dell’ esorcismo nell’ horror giapponese.
E’ il mitico Lee Won Suk, vincitore meritatissimo del festival, che trovi a girovagare fuori dal teatro e ti offre un chewingum, che ti da consigli professionali e non, che gira con un bicchiere di plastica pieno di birra a qualsiasi ora, che ti scrocca sigarette e dopo due giorni sente la mancanza di moglie e figlia, che ritira il premio iniziando il discorso con un “I’m drunk” e lo conclude dicendo che non era sicuro di cosa fare dopo l’ insuccesso in patria ma visto il risultato qui ottenuto è determinato a continuare, che ti lascia la sua mail e ti chiede di andare a trovarlo a Seul.
E’ Sabrina, è Thomas, è tutte le persone che ci sono dietro le quinte, che si arrangiano come possono con le poche risorse, che hanno permesso che la Magia del FEFF continuasse e che continui nonostante la crisi, che nonostante il banco dvd ridotto, le scenografie spoglie, i ridicoli grembiuli dei volontari, non si è risparmiato sull’ eccellenza dei film.
E’ il programma del Festival tutto spiegazzato e arricciato e consumato dalle consultazioni.
E’ il rientro traumatico alla vita di sempre, l’ impressione di essere stati in una galassia lontanissima dal mondo reale.
E’ il non riuscire a far capire al resto del mondo l’ entusiasmo che si prova, è il continuo ricevere sguardi da “”ma tu sei fuori” quando si racconta l’ esperienza, è la rabbia di non rendere al meglio l’ idea di quel che c’è dietro e di quel che ti resta.



